domenica 23 luglio 2017

Le tappe di una vita

La vita vista come una corsa ciclistica, tipo un Tour de France o un Giro d'Italia... 
Come queste, è fatta di tante tappe, luoghi di sosta, con tempi variabili, ciascuna con motivazioni che lasciano il segno nella memoria. 
Tappe che sul momento non prendi in considerazione, le consideri luoghi di transito che, nello scorrere del tempo, ti lasci alle spalle per affrontare strade nuove, sovente in salita. Capita di girarsi indietro, guardare la tappa appena conclusa, ma l'arrancare nella nuova te la fa vedere come un traguardo ormai passato, concluso, quasi fine a se stesso.
È quando ti trovi ad affrontare l'ultima tappa (quella finale, definitiva, quella che darà il The End senza possibilità di rimonta), che ti viene il buzzo di rivedere tutte le sedi di tappa trascorse, una per una, rivisitandone i ricordi, rivivendo in essi sia quelle felici che quelle aspre, talvolta amare.
Ho chiesto una mano a Google per avere immagini satellitari, focalizzate su ognuna delle sedi di tappa; immagini attuali, ma che, nel loro complesso, riportano abbastanza fedelmente gli stessi fotogrammi impressi nella memoria.

1ª tappa: il "via!" al mio Giro. Nascita e infanzia. Vabbé, infanzia... si fa per dire. Questo dovrebbe essere un periodo della vita da ricordare per le attenzioni, le cure, l'affetto, le coccole verso un nuovo arrivato. Niente di tutto questo, zero via zero. I ricordi di quel passaggio ci sono, qua e là un po' sfocati, ma quelle cose belle che di solito rendono indimenticabile quel tempo non ci sono. Infanzia dedicata solo alla crescita (e quella fisica neanche tanto), con un orizzonte limitato, senza speranze particolari.



2ª tappa: qui la prima parte di quella comunemente nota come adolescenza. Proseguimento di qualcosa, l'infanzia, già bruciata. Ricordi più nitidi, peraltro buoni ai soli fini statistici. Nonostante tutto, utile quantomeno per una prima crescita (quella fisica sempre scarsa).



3ª tappa: non una vera tappa, tante semitappe estive nella colonia. Il barcone di cemento proteso nel mare, con rocce intorno che il fràngito delle onde coprivano di schiuma a lavare mille granchiolini; la sabbia bollente sotto piedi non ancora foderati dal cuoio degli anni; il primo orologio da polso, dono di un Natale più ricco dei soliti, perso nel boccaporto a prua del manufatto in una delle rare tempeste di mare (infilato nella canottiera per proteggerlo dalle ondate, in fase di cattura di un granchietto era scivolato dritto in acqua, sprofondando nelle rocce circostanti); qui ho imparato a nuotare, dopo aver bevuto litri di acqua salmastra; il cancello di ferro che dava direttamente sulla statale, sempre assolutamente chiuso, con uno spiraglio alla base che consentiva di vedere il transito delle vetture, con il gioco dell'indovinarne le targhe...  



4ª tappa: seconda parte dell'adolescenza. A modo suo più vivace dei precedenti periodi. Apprendimento di un percorso lavorativo che avrebbe poi aperto le porte a una neanche tanto agognata libertà. Cambio in corso d'opera alla ricerca di qualcosa di maggiormente redditizio, quanto meno sufficiente per sopravvivere.



5ª tappa: primissima esperienza lavorativa retribuita, in una città sconosciuta che, nonostante la sua fama di chiusura, ha dato calore e affetto a una esistenza altrimenti grigia. Pochi anni, il cui ricordo rimane come periodo nel suo insieme piacevole. Fatte le ossa, valigia pronta per una nuova avventura.



6ª tappa: quasi un ritorno alle origini, in una città già conosciuta e amata. Pochi mesi iniziali bruciati da un imprenditore disgraziato e fellone, messi in conto esperienza in vista di un futuro che comunque non appariva nebuloso. Per la verità, neanche roseo... Durante quella tappa era arrivato il posto di lavoro che sarebbe rimasto invariato per oltre un quarto di secolo. Qui sono stato abbindolato da quella che sarebbe divenuta mia moglie, che tale è poi stata per quasi cinquant'anni. Ricordi tanti, rimpianti pure.



7ª tappa: stessa città, cambio di sede. Sottotetto, sesto piano senza ascensore, gambe in ottimo stato. Non era stata una scelta bohémien, erano tempi di magra e un cielo di tegole rispondeva bene alle possibilità del portafoglio. Una bella esperienza per due balde gioventù che, puntellandosi a vicenda, si preparavano alla conquista di un posto al sole.



8ª tappa: casa nostra completa, in affitto ma completa. Un po' caruccia, ma nel frattempo le cose di lavoro si erano assestate e potevamo tranquillamente affrontare la spesa. Mobili tutti nuovi, un anno di farfalle; il primo pranzo in casa nostra seduti fianco a fianco su un baule a causa del ritardo nella consegna delle sedie. Buon periodo, belle nuove amicizie durate poi nel tempo. Esperienza floreale a livello commerciale, ceduta non appena la sua gestione aveva richiesto troppo impegno, non compatibile con la mia attività lavorativa: levate prima dell'alba, nottate impegnate in confezioni urgenti... non era più cosa.



9ª e ultima tappa: la più lunga di tutte e la più sofferta, nel primo e nell'ultimo suo tratto. I primi segnali che sarebbe stata una tappa pesante li avevano dati tre eventi luttuosi che avevano colpito altrettanti compagni di corsa: il primo improvviso e inatteso, gli altri due per fine naturale del percorso. A sopperire, successivamente si è affiancata una giovane promessa che da subito ha dovuto pedalare, assistita e coccolata dalle esperienze dei predecessori. A seguire un periodo di vita serena.
Acquisto della casa, a rate ma senza farfalle, in una treina d'anni eravamo proprietari a tempo pieno; ampia, con spazio per cinque adulti, con piccolo giardino poi ampliato nel tempo. 
Via vai lavorativo, conoscenza di località e persone nuove, una miriade di caratteri e sentimenti e reazioni diverse. 
Fine dell'attività lavorativa.
Poi avrebbe dovuto essere una tappa di riposo, un avvìo sereno verso il traguardo finale. 
È andata, e sta andando, diversamente... 


lunedì 12 giugno 2017

Scrivi "burocrazia", leggi "cialtroneria"

Tanto pe' cantà...


Comincio dalle sigle, la prima ufficiale, le altre ufficiose.
INPS: istituto nazionale previdenza sociale.
Irps: istituto regionale previdenza sociale.
Ipps: istituto provinciale previdenza sociale.
Ilps: istituto locale previdenza sociale.
La Casa Madre opera ufficialmente a livello nazionale; poi ci sono le varie derivazioni, che portano la mai sufficientemente esecrata burocrazia a divenire cialtroneria allo stato puro, mano a mano che si localizza.
Il fatto, sperando di riuscire a sintetizzarlo.
Ab ovo.
Le caserme delle Forze dell'Ordine, come altri benemeriti enti pubblici, affidano il servizio di pulizia delle stesse tramite appalti.
Onde evitare infiltrazioni e corruttele, che sarebbero particolarmente disonorevoli per Corpi che della legalità fanno missione e virtù, alle ditte che concorrono agli appalti pare venga fatta una specie di autopsia ante mortem, con l'esame dei casellari giudiziari di ciascuna.
Questo non impedisce alle mani lunghe del malaffare di metterci mano.
Pacchia per i media, rovina (si fa per dire) di politici e amministratori che da quelle assegnazioni traggono vantaggio: notizie i primi, benefici diretti i secondi.
Oltre ai dati giudiziari si dice vengano valutate anche la consistenza e la solvibilità, nonché la capacità di svolgere gli interventi di cui propongono l'assegnazione.
Appunto tramite appalti, ufficialmente pubblici.
Chi li "vince" assume, o meglio si trova già in carico, il personale necessario allo svolgimento del servizio avendolo "ereditato" dai precedenti vincitori, nel frattempo decaduti.
Per i dipendenti, alla prima entrata in servizio, tra le varie esibizioni di documenti,  viene richiesto il certificato del casellario giudiziario, sempre per il motivo di evitare di mettersi una serpe in casa, che un domani potrebbe provocare casini, a livello informativo o terroristico o mediatico.
Gli appalti hanno una durata prestabilita, di solito 'venduta' per un triennio; talvolta l'affido del servizio viene limitato a un anno, ma ci sono casi eccezionali e provvisori di tre mesi, o anche di un mese soltanto.
Per ogni base d'asta il punto fondamentale è il verbo "tagliare".
I costi: visto che il classico 'taglio delle teste' applicato nelle grandi aziende, in questo contesto sarebbe impossibile a meno di riaffidare le pulizie alle antiche mitiche corvée di militare memoria, i tagli possibili si riferiscono alla riduzione delle ore lavorative, unico modo per ridurre quelli diretti.
Una volta 'vinto' l'appalto, le ditte trovano il modo di tagliare i costi, a modo loro, limitando quanto più possibile la fornitura dei materiali, peraltro previsti con voci e quantità specifiche in ogni nuovo capitolato.
Faccio un esempio, non teorico ma realmente vissuto: un appalto iniziale del 2000, 15 ore settimanali assegnate a una caserma di media grandezza, distribuite in cinque giorni, taglia che ti taglia nel 2015 erano diventate 5.
Senza che la caserma si sia ristretta, e sempre compresi palestra, sala mensa, garages e alloggi ad essa connessi.
Ai dipendenti, oltre al materiale d'uso, 'teoricamente' venivano forniti un paio di càmici da lavoro, guanti, scarpe antinfortunistiche, badge personalizzato per l'accesso ai locali...
Nel 2000.
Nel 2015, dopo il 'passaggio' di una decina di ditte diverse, con le immutate voci di fornitura iniziali, i càmici erano gli stessi del 2000, le scarpe mai viste, i guanti chirurgici, tra l'altro poco adatti alle operazioni di pulizia ma meno costosi, centellinati ed elargiti solo su reiterata esplicita richiesta degli addetti; il badge no, quello sempre rinnovato con logo e indicazioni sommarie del nuovo titolare di turno.
Quando gli appalti hanno una durata triennale, gli operatori soffrono mese dopo mese l'arrivo dei salari, con tempi affidati al buon cuore degli appaltatori.
Il brutto, sempre per esperienze vissute, viene verso fine appalto.
I segnali che la fine si avvicina sono ripetitivi: cambio improvviso della ragione sociale, telefoni muti o impiegati che non sanno e rimandano a capi regolarmente assenti...
Il culmine di questo fuggi-fuggi è quando il pagamento dell'ultima mensilità slitta, fino a scomparire del tutto.
E inizia l'attesa della liquidazione, il famoso e sempre benvenuto Tfr, Trattamento di Fine Rapporto.
Quando va bene viene fatto sospirare a lungo; quando va male scompare, come l'ultima mesata.
Hai un bel telefonare, chiedere aiuto ai comandanti delle caserme, sperando di riuscire a bloccare i pagamenti da parte dell'amministrazione...
Questi si mostrano svisceratamente interessati al problema; in realtà l'attenzione è solo di cortesia, è un po' il discorso su chi avendo la pancia piena non capisce chi ha fame. Almeno tre casi hanno dimostrato la veracità del detto.
Ci si rivolge al sindacato, di solito alla Camera del Lavoro, branca della CGIL, che offre l'assistenza legale per il tentativo di recupero delle spettanze.
Fatte tutte le pratiche, compresa la dichiarazione di fallimento della ditta fellone da parte del tribunale, queste sono inoltrate all'INPS, la casa madre, che esamina il materiale ricevuto, fa i conti e, se tutto collima, manda il relativo assegno.
Senza fretta.
La richiesta doveva essere inoltrata al Fondo di Garanzia, creato a tutela dei lavoratori fregati del proprio Tfr.
Un paio d'anni dopo la domanda, se e quando approvata, parte il pagamento e la pratica viene liquidata e chiusa.
Quando tutto fila liscio.
Nel caso oggetto di questo post è successo questo.
Due caserme, situate nella stessa regione, distanti una ventina di chilometri una dall'altra; un'addetta per ogni caserma; identiche ore lavorative e identico contratto...
Definibili come gemelle...
Una residente nella provincia del luogo di lavoro, che chiameremo provincia A, l'altra in una regione immediatamente limitrofa, che chiameremo provincia B.
Quindi due province differenti di domicilio, stessa provincia di sede lavorativa.
Il legale assegnato dalla Camera del Lavoro prepara le pratiche in duplice copia, identiche, salvo l'intestazione nominativa delle due operatrici; inoltro simultaneo delle pratiche...
Passati poco oltre i due anni, all'addetta della provincia A arriva l'assegno dell'Inps a saldo. Secondo il legale lo stesso dovrebbe avvenire a breve anche a quella della provincia B.
Passa il tempo, silenzio assoluto, sia cartaceo che comunicativo.
Un bel giorno messaggio sul cellulare: "Domani sarà contattato per informazioni sulla pratica...".
Il "domani" era passato da una ventina di giorni senza che domani fosse.
Messaggio e-mail con richiesta educata di chiarimento sul termine "domani": era forse un sine die tradotto malamente?
E-mail diretta all'Irps, che la dirotta all'Ipps, che a sua volta la sbologna all'Ilps...
Telefonata offesa, anzi irritata, anzi proprio incazzata, dell'impiegato Ilps che "avrebbe" dovuto esaminare il malloppo, tentativo nostro di spiegazione naufragato in un mare offeso.
Successivamente, sbollita parzialmente l'ira, convocazione immediata nel suo ufficio, portando i dati bancari e i documenti per l'accredito, peraltro a suo tempo già allegati alla pratica.
Finalmente!!!
No, niente finalmente: dopo due anni e mezzo dall'esame della pratica emerge che questa è stata inviata al Fondo di Garanzia (gestito dall'INPS) quando, invece, andava indirizzata al Fondo di Tesoreria (gestito invece dall'INPS).
Come dire: non qui ma allo sportello accanto...
A dimostrazione della sua buona volontà, fa vedere in un tabulato il rigo di riferimento con importo da erogare e date varie relative alla pratica.
"Ma guardi che l'Inps della collega ha pagato regolarmente due mesi fa".
"Hanno sbagliato loro... bisogna rifare la domanda, indirizzando i documenti al Fondo di Tesoreria entro pochi giorni, altrimenti scade e viene respinta".
Circa un mese dopo, lettera di diniego e chiusura della pratica.
Respinta.
Legale, ricorso all'INPS con tutte le specifiche del caso; pare che la risposta al ricorso fosse prevista entro novanta giorni...
Era il 28 luglio 2016, e oggi ancora tutto tace.



La vigilanza...

"La vigilanza, sai... è come il vento...".
Cantava tantissimi anni fa Mimmo Modugno...
C'è quella di Roma Matrona, che in caso di emergenza (tipo le Feste di fine anno) consente a centinaia di agenti di assentarsi dal posto di lavoro, ben supportati da provvidenziali certificati medici, sulla cui autenticità non c'è motivo di dubitare. Denunciati con l'accusa di diversi reati, assolti un anno dopo... Il sapere il perché o il percome l'abbiano fatta franca sarebbe perdita di tempo e, probabilmente, offesa all'intelligenza del cittadino medio.
C'è quella di Avellino che, in prossimità di un pestaggio 'calcistico' ai danni di dirigenti di una squadra ospite, ignorano l'aggressione e guardano con noncuranza le stelle che da quella colluttazione salgono verso il cielo. Non so come si giustificheranno, ma tiro a indovinare... Erano colà in veste antiterroristica, un compito ben più importante e rischioso che il controllo di accadimenti pseudo-calcistici; ovviamente per "terroristi" si intendono quelli brutti barbuti allahakbar osannanti. Quelli indigeni, forse di buona famiglia (ché di "buone famiglie" la zona è zeppa...) non erano previsti nelle cosiddette 'regole d'ingaggio'... a questi avrebbero dovuto provvedere la polizia o i carabinieri i quali, oltre a potersi vedere le partite agratisi, a questo sono specificamente demandati.
Poi c'è quella di Moncalieri che, vivaddio, fa il suo dovere fino in fondo, senza guardare in faccia a nessuno, verbalizzando senza battere ciglio ovunque ci sia da verbalizzare. Capita, ad esempio, che un ragazzaccio si dia allo spaccio all'interno di una scuola cittadina. Di merendine, ma tant'è sempre di spaccio si tratta. Il delinquente viene sospeso e viene valutato l'affidamento ai servizi sociali per la rieducazione, il famigerato 'lavaggio del cervello' di sovietica/cinese memoria. È vero, nel frattempo lo sciagurato viene premiato da una Fondazione, che già nel nome la dice lunga su quella che era considerata "economia" in un tempo lontano; ma queste sono considerazioni che a quella Vigilanza fanno né caldo né freddo. "Commercio abusivo", senza titoli per espletarlo. Sanzione: 5000 €, da versare sull'unghia.

Tre facce di questa nostra bella Italia, patria del diritto e del buon senso. 






lunedì 29 maggio 2017

Poste Italiane S.p.A.



In un tempo lontano le Poste erano un fiore all'occhiello dei Paesi che ne avevano fatto servizio essenziale, alla pari dei servizi sanitari e dei trasporti, su strada, aerei, fluviali e marittimi.
Anche la politica era considerata essenziale fino a che è stata al servizio dei cittadini tutti; poi è divenuta mestiere al servizio di pochi, talvolta sovente con fini e legami malavitosi. Ma questo è un altro discorso, che esula da quanto qui incipitato.
Dai tempi antichi (ma che dico: anche prima), la comunicazione tra popoli era punto fondamentale per una convivenza quanto più possibile pacifica. E tale compito era affidato, sotto varie forme, a sistemi di inoltro dei messaggi: piccioni, cavalli, dardi, passaparola da un paese all'altro...
Le dichiarazioni d'apertura di belligeranza rispettavano un rigido protocollo che prevedeva l'inoltro di scritti nero-su-bianco che avvisavano "State in guardia, appena avrete ricevuto, brevi manu, questo avviso, avremo mano libera per venirvi a menare e anche peggio".
Qualche volta (attacco alla Polonia, nel '39, da parte dei neri con svastica e attacco a sorpresa da parte dei gialli col sole in fronte alla base americana nel '41) i servizi postali hanno fatto cilecca; ma in casi talmente rari da passare alla storia come classiche eccezioni a conferma della regola.
Regole che prevedevano: intanto la consegna, poi la riservatezza, poi la sicurezza sui contenuti, poi la mancia di Natale ai postini...
Questo 'na vorta!
Regole peraltro ufficialmente valide anche al giorno d'oggi.
Tralasciando i servizi postali a.C. (avanti Cristo, ma di migliaia di anni), un breve esame dei servizi postali "moderni" mi porta a scoprire che al tempo dei Romani i cursores (corrieri) percorrevano circa 270 km in 24 ore; che nel Medioevo Stati e staterelli avevano messo in piedi servizi postali, prima a livello locale poi estesi e quasi unificati a livello nazionale e internazionale; che Stati, che ancora oggi inconsciamente e per mia ignoranza somma considero poco più che selvaggi, avevano sviluppato una copertura pseudo-postale quasi completa; che la "selvaggia" Gran Bretagna nel 1516 aveva istituito la Royal Mail, ancora oggi fiore all'occhiello di quella illustre Nazione; che nel 1661, sempre in Gran Bretagna veniva introdotto il timbro postale, riportante giorno e mese della spedizione dei plichi, subito plagiato da tutti gli Stati viciniori e lontaniori; che nel 1862, a un anno dalla sua unificazione (pur se incompleta, e ancora da completare, visti i dissapori tra regione e regione...), nascevano le Regie Poste italiane che riunivano in un servizio nazionale quello frastagliato precedente l'Unità...
Un paio di guerre, un bel po' di disastri naturali e altri accidenti che ci hanno travagliato l'esistenza, non erano riusciti a smantellare un servizio che nel tempo aveva rasentato la perfezione.
L'Italia, molto prima di mamma RAI, e anche dopo, aveva avuto altre "mamme" su cui fare affidamento: le ferrovie, la scuola, le parrocchie, le stazioni dei carabinieri... e le Poste.
A parte i Carabinieri (e le altre Forze dell'ordine, pompieri compresi), le altre mamme si sono disperse: le ferrovie... passiamo oltre; la scuola... passiamo oltre; le parrocchie... passiamo oltre...
Poste Italiane, no.
Un piccolo ufficietto lo avevano tutti i paesini, per sperduti che fossero.
Posta, farmacia, chiesa, casa comunale, da soli facevano un paese.
E questa capillarità non aveva intaccato la sua efficienza.
Per dire, in un esempio personale diretto che a grandi linee può dare un'idea di come "girava" la posta negli anni '80.
All'epoca il mio impiego mi "costringeva" a servirmi dell'ufficio postale tutti i lunedì, escluso quello dell'Angelo, altri rari lunedì festivi e quelli cadenti (vivaddio!) nel periodo delle sacrosante ferie.
Corrispondevo con Torino, Milano e Roma in contemporanea.
Bene, in circa di dieci anni di frequentazione settimanale, con spedizione di plichi contenenti dati, relazioni, sovente assegni, documenti più/meno importanti... non uno smarrimento, mai, non dico di un plico ma neanche di una virgola; e arrivo nella stessa settimana di spedizione.
Il servizio postale prevedeva la posta ordinaria, quella aerea e la raccomandata (che a sua volta poteva essere andata/ritorno e/o assicurata).
In un giorno radioso sbucò dal nulla la Posta Prioritaria: con qualche lira in più era garantita la consegna veloce e sicura di lettere con affrancatura speciale esclusiva.
Fu un wow! (leggesi uau!) universale odierno, corrispondente agli antichi poffarbacco, accipicchia, perdirindindina, eureka... anche accidenti (se non seguito da "... a te e a chi t'è muorto") era interiezione di sorpresa gradita e inattesa.
Una rivoluzione.
Durata poco.
Infatti, collaudata la Posta Prioritaria, quella ordinaria era stata soppressa, come venivano eliminati gli ufficietti non redditizi ai fini della circolazione dei servizi di tipo bancario e altre ossessioni, con centralizzazione e accorpamento degli stessi.
Anche le mance natalizie ai postini sono sparite, e con queste anche il Calendario del Postino che dolcemente le sollecitava.
E poi sono spariti pure i postini...
Oggi la mitica Wiki vede così il servizio, che un tempo era postale:

"Attualmente le Poste Italiane hanno introdotto, per l'affrancatura della normale corrispondenza, un unico tipo di francobollo autoadesivo di posta prioritaria. Il servizio di posta prioritaria ha aumentato l'efficienza delle consegne, con tempi ridotti ad un giorno sul territorio nazionale. Lo stesso tempo di consegna di un giorno è previsto per il servizio fornito negli altri Paesi UE. Tale servizio generalmente non prevede penali o rimborsi dalle poste in caso di ritardi: infatti, il timbro postale sulla missiva è messo il giorno della ricezione da parte dell'ufficio postale più vicino al mittente. La data dell'effettiva ricezione del destinatario (e l'eventuale ritardo) non viene rilevato dal postino all'atto della consegna."

Quindi: sarebbe interessante capire il concetto di "territorio nazionale" e di quante ore è composta una giornata postale.
Quando queste risultano essere circa 240 non si può fare a meno di rilevare che si tratta di una giornata un po' lunghetta. 
Per i comuni mortali sarebbero una decina di giorni...
Per fare circa 500 km, non a dorso di cavallo o a bordo di carri trainati da buoi ma con i mezzi ultraveloci che le nuove tecnologie mettono a disposizione.
Sarà il caso di riesumare gli antichi cursores?




venerdì 26 maggio 2017

PazzotecaLaPaz, una scommessa


Intervento a cuore aperto sulla lettura di questo libro in formato cartaceo, appena terminata.
Per chi bazzica su facebook (e, credo, su twitter, linkedin e altri, noti come social network) i pareri sulle pubblicazioni sono semplificati: basta 'cliccare' sul pollice eretto del “mi piace” per dare un voto favorevole a un testo, a un video, a una ricetta; i più coraggiosi (eufemismo di incoscienti) cliccano il mi piace pure ai politici.
Il che la dice lunga sul loro valore e peso critico.
Se si tratta di scrivere due righe per spiegare perché qualcosa piace,  è impresa ardua.
Mettere, come si dice, due parole in croce è come scolare una pinta di birra a garganella: il primo quartino disseta, il secondo riempie, tutto il resto stravacca, va fuori controllo.
Con questo timore, di stravaccare, la gente rinuncia a commentare.
Se io fossi uno scrittore mi roderei chiedendomi cosa e perché un mio scritto è piaciuto.
Umanamente, se una mia creazione non piacesse, me ne fregherei del perché non è stata gradita: mi limiterei a consigliare un cambio di canale, cliccando su un telecomando qualunque.
Le mie sono considerazioni prive di senso compiuto, visto che non vogliono essere quella che in volgo è etichettata come “recensione”.
Chiaramente, non lo è.
Intanto, lo dico subito, il libro in questione (o, meglio, il testo ivi contenuto) è un invito al gioco d'azzardo.
Tento di spiegarmi: avendo letto le precedenti opere di questo Autore (che forse noterà la maiuscola iniziale, apprezzandone la finezza) ho mandato a prendere anche quest'ultima sua creatura, lanciando(mi) una sfida, un invito, come ad un gioco; d'azzardo, appunto.
Mi ero detto: visto il titolo, Lui dev'essere rinsavito, magari dopo la penultima fatica (ultima essendo questa sotto esame), è andato in cura, lo hanno sottoposto al TSO... insomma, potrebbe essere stato guarito.
Già il titolo mi dava la quasi certezza che il miracolo fosse avvenuto.
Biblioteca-libri, enoteca-vini, paninoteca-panini, pinacoteca-quadri, zoccoteca-zoccoli/e, parlamentoteca-discaricabusiva...
Precedenti di (quasi) tutto rispetto mi avevano portato alla definizione esatta di “Pazzoteca”: manicomio, comunità (coatta) di gente impazzita...
Ma questi ricoveri sono stati aboliti dalla legge 180 del '78... ed essendo il libro scritto al presente, l'unica alternativa plausibile è "raccolta di pezzi pazzi".
Chiarito il senso del titolo, tanto avrebbe dovuto bastarmi.
Invece no.
Mi ripeto: avendo letto i precedenti libri del Nostro, avevo respinto l'idea che potesse essere recidivo.
Recidivo di una pazzia gettata, senza falsi pudori, in pasto a genti che solo in questa ormai riescono a trovare ristoro.
Il titolo, come detto, era sufficientemente 'parlante'.
Per me, mentalmente complicato, era la dimostrazione, non travisabile, che lo Zio era completamente guarito: nessun pazzo in piena attività ammetterebbe di essere inquadrato come pazzo scrivendo pezzi pazzi.
Si dichiara apertamente tale (pazzo) chi lo è affatto, ovvero su indicazione del proprio legale in particolari momenti negativi criminali; e non è questo uno di quei casi.
Invito al gioco d'azzardo, dicevo...
Domanda: riuscirà Nicola Pezzoli ad “apparire” più pazzo che nei tomi precedenti, in questo neonato volumetto?
Risposta: no, impossibile...
Senza aprire il libro, avevo puntato un dollaro (gli euri sono finiti, anche come moneta virtuale) sulla possibilità che questo libro potesse essere talmente “normale” che i migliori Nobel letterari gli farebbero un baffo.
Capitolo primo: ho perso il dollaro.
Le regole del gioco di azzardo consigliano, in caso di perdita, il raddoppio della posta, in modo da recuperare, e magari guadagnare, nella passata successiva.
Due dollari che il secondo brano non potrà essere più pazzo del primo.
Persi...
Avanti, con raddoppio.
Tutti pezzi più pazzi del pezzo pazzo precedente.
Sarò breve: ci ho rimesso 262.144 $.
Mi sono rovinato.
Rovina virtuale, certo, ma pesantissima per il portaorgoglio di un giocatore non accanito.
La goduria del lettore, invece, fa parte di quei beni acquisiti con reazioni soggettive, non valutabili con la vil moneta.
(Spero che l'Autore, raggranellata con le vendite del tometto una cifra corrispondente al doppio di quanto da me virtualmente impegnato e perso, ascolti i suoi magnanimi lombi e mi faccia riavere quanto malamente azzardato. In qualunque moneta tattilmente apprezzabile. Anche se, al prezzo con cui lo regala, mi sa che dovrò campare almeno un paio di migliaia d'anni ancora).
Detto questo, per non apparire più troglodita di quel che sono, chiudo col tipico commento faiceboochiano:


In cui l'alluce della zampa anteriore indica solo la sciancatura per una martellata, piantando un chiodo su una robusta parete di cartongesso. Dopo, tutti i quadri stavano appesi per levitazione spontanea.
Nota finale: le zappe non sono tra i miei arnesi preferiti...

domenica 29 gennaio 2017

I giorni della memoria

So che non è un pensare positivo, ma credo che se il ricordo del passato avesse una scadenza temporale, tipo gli alimenti o le medicine o la prescrizione nel campo penale, non sarebbe un male assoluto.
Soprattutto per quanto riguarda gli eventi dolorosi della vita.
Un anno, cinque anni, dieci anni... basterebbe inserire nei DNA soggettivi un limite prestabilito, scaduto il quale sarebbe possibile ricominciare da zero...
"Scordammoce o' passato" sarebbe forse la panacea di tanti mali.
I ricordi, in fondo, sono soltanto un eterno rinnovarsi dei dolori, un perenne girare un coltello nella piaga, un ripetersi pervicace di martellate in testa...
Senza che nulla possa cambiare o essere modificato.
Con l'avanzare dell'età i giorni della memoria non sono più distinguibili, ogni giorno diventa "giorno della memoria", trecentosessantacinque giorni ogni anno, uno in più nei bisestili.
Mi piacerebbe sapere se, e dove e come, sia possibile trovare il lato positivo di questo "dono".
Mi rendo conto che non porta nulla a chi non c'è più, e che mai più ci sarà, e che il macerarsi nei ricordi non migliora la vita di chi ancora c'è; anzi concorre a renderla più amara di quanto già non sia di per sé.